RESIDENTI
note e riflessioni
![]() |5| Jonas Frey Choreographer 14.09.25 / 27.09.25 |
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"Tutte le storie sono, in un certo senso, imprecise, perché non possono raccontare l’intero quadro. A seconda del punto di vista, la storia cambia.Cerco di includere questo aspetto nel mio lavoro, abbracciando prospettive multiple, permettendo alla complessità di esistere invece di semplificare.Ciò che emerge alla fine è una storia costruita che io incarno, lo spazio incarna, e che ogni partecipante, compreso il pubblico, interpreta a modo proprio".
![]() |5| Jonas Frey Choreographer 14.09.25 / 27.09.25 |
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![]() |5| Jonas Frey Choreographer 14.09.25 / 27.09.25 |
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C’è sempre una certa curiosità — un impulso a scoprire qualcosa su un argomento. A volte nasce nella mente, o forse anche nel corpo. Penso che questa, invece, sia venuta più dall’anima. Poi l’argomento emerge, e io seguo quella curiosità, cercando fonti diverse che possano nutrirla e servire come base da cui partire. Questo è il lato più teorico del lavoro.
Poi c’è la mia pratica di movimento, costante, che dipende dal mio stato d’animo o da ciò che voglio mantenere, sviluppare o anche lasciare andare. A un certo punto, questa pratica fisica si intreccia con la ricerca teorica e culmina in una forma di progetto.
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Questo luogo ha un grande impatto sul mio modo di lavorare: nella prima parte della residenza ero da solo, e ho potuto esplorare tutti gli spazi che esistono qui — piccoli angoli, luoghi nascosti che custodiscono una storia ma sono stati anche riattualizzati.
Lavoro spesso in ambienti che un tempo avevano una funzione, poi sono stati dimenticati, abbandonati e infine riempiti di nuova vita. Per me questo porta uno spirito interessante, un’energia che mi permette di essere molto produttivo.
C’è anche una certa forma di isolamento, soprattutto se paragonato agli stimoli della vita cittadina, e ho trovato questo effetto calmante davvero bello da sperimentare.
Anche ora, essendo qui con la mia famiglia, ho comunque la libertà di andare in studio, lavorare un po’, fare un tuffo in piscina o passeggiare in giardino. Questa libertà — il non avere orari rigidi che stabiliscano quando posso o non posso lavorare — è liberatoria e crea un ambiente molto produttivo, sia per vivere che per creare.
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Il progetto specifico su cui sto lavorando, Doisri [“tedesco” in lingua Sranan Tongo ndr], richiede una certa consapevolezza storica — una comprensione del periodo in cui si svolgono le storie che sto utilizzando.
Una parte del processo consiste nel ricercare i contesti storici, mentre l’altra cerca di tradurli nel presente — attraverso il movimento e le questioni della società contemporanea.
Doisri nasce in realtà da una riflessione sulla storia di mio padre.Era nato nel 1933 a Paramaribo, in Suriname. Quando i tedeschi invasero i Paesi Bassi, tutti i tedeschi che vivevano in Suriname, allora ancora colonia olandese, furono internati. Mio padre, all’età di sette anni, fu mandato in un campo chiamato Copieweg, dove visse per otto anni prima di tornare in Europa.
Nel campo era permesso inviare solo cartoline di 25 parole al mondo esterno. Abbiamo utilizzato questo come esercizio di scrittura, raccogliendo quei frammenti come parte del progetto. Insieme ai ricordi di mio padre, formano una sorta di “tenda delle memorie” - l'albero di mango del campo, i frammenti di storie d’infanzia [Jonas osserva, tocca e cammina lungo le strisce di materiali appese alla parete dello studio, ndr], le foto - e contribuiscono a trasformare la storia in racconto e il racconto in movimento.
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Con ogni progetto modifico leggermente il mio approccio, ma una cosa resta costante: la ricerca deve tradursi in una qualche forma di corporeità — materiali, testi, video, suoni, libri — lascio che questi elementi plasmino lo spazio e facciano emergere ciò che deve emergere.
In studio mantengo sempre una pratica fisica, sviluppando qualcosa a quel livello, ma considero anche gli altri aspetti della coreografia: lo spazio, il suono, la luce e il contesto in cui voglio esibirmi. Tutti questi livelli giocano un ruolo nella creazione di un’opera.
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La comunità è un'altra una parte importante del mio lavoro. In questo caso, poiché il progetto è più personale, si traduce quasi in una sorta di ricerca di una casa, in un un sentimento di appartenenza.
Portando questa creazione in luoghi diversi, le persone che incontro inevitabilmente plasmano il processo.
Considero la danza come un modo per connettere le persone; e anche la performance dovrebbe creare comunità. Se questa connessione non si vive durante la creazione, credo che non possa poi essere comunicata attraverso l’opera.
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Tutte le storie sono, in un certo senso, imprecise, perché non possono raccontare l’intero quadro. A seconda del punto di vista, la storia cambia.
Cerco di includere questo aspetto nel mio lavoro, abbracciando prospettive multiple, permettendo alla complessità di esistere invece di semplificare.
Ciò che emerge alla fine è una storia costruita che io incarno, lo spazio incarna, e che ogni partecipante, compreso il pubblico, interpreta a modo proprio.
Credo che oggi sia importante accogliere prospettive diverse e permettere loro di essere complesse, non semplificarle troppo, ma prendersi il tempo per condividerle, trovando un compromesso che possa forse condurre a un modo migliore di vivere insieme.
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C'erano circa 139 persone in quel campo in Suriname. Col tempo, tutto questo si sta trasformando in una storia più che in un pezzo di storia. Mio padre è morto, e mio nonno è ormai molto anziano, mentre mia nonna soffre di demenza. È troppo tardi per fare loro domande sul passato, eppure il passato continua a tornare, la storia che si ripete, in modi silenziosi e familiari.
Attraverso questo processo, cerco di entrare in dialogo con quel passato, di capire come continui a plasmare il nostro presente di modo che il lavoro assuma un significato non solo per me, ma per tutti noi.
Ecco perché non vedo questo lavoro solo come qualcosa destinato al palcoscenico. Nella mia pratica, la ricerca, il processo stesso, ha sempre avuto un ruolo centrale. Mi piace l’atto di cercare, di coinvolgere gli altri, di scambiare pensieri e di condividere e includere altre prospettive anche in forme non necessariamente performative.
Non considero mai una prima come un punto d’arrivo: per me è l’inizio di un altro processo, un nuovo ciclo di riflessione, sviluppo e chiarificazione. È un’occasione per ripensare e riprogettare, nella speranza di far durare il lavoro e condividerlo con il maggior numero possibile di persone.
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Un altro tema chiave è quello delle radici e del senso di casa.
Mio padre è stato sradicato due volte per motivi politici, e anche mio nonno.
Sono cresciuto in Germania, parlando tedesco in casa, ma guardando indietro vedo una storia familiare segnata da spostamenti e migrazioni.
Io stesso non mi sento profondamente radicato: mi trovo a mio agio nel muovermi tra luoghi diversi, raramente sentendo la mancanza di una sola casa. Questo sentimento si traduce in esplorazioni fisiche: devo andare o restare? Un desiderio di muovermi altrove, ma anche una resistenza, un legame con ciò che mi circonda [Jonas accenna a un movimento nello spazio che parte dalla testa e dal petto e lo spinge oltre un limite immaginario per poi riportarlo indietro, ndr].
Questa tensione porta a interrogarsi sui confini — quelli che dobbiamo attraversare per raggiungere un altrove e quelli che ci trattengono.
Radici e confini sono diventati un tema centrale in questo lavoro.
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Mio padre raccontava spesso delle storie felici su Copieweg, addirittura con umorismo e risate. A volte mi chiedo se quello non fosse il suo modo di affrontare il trauma.
Per me, i limiti e la libertà da trovare all’interno di questi limiti, restano una grande domanda. Lo vedo talvolta anche con i miei figli: se dai loro un giocattolo, poi un altro, e un altro ancora, non entri mai nella parte narrativa del gioco; li consideri solo per la funzione del giocattolo.
Forse l’amore per una professione creativa nasce proprio da lì: avere un numero limitato di cose, ma esplorarle così profondamente da far nascere, a un certo punto, una storia. Diventare creativi con ciò che si ha.
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Qui a La Cap ho una certa routine: al mattino, la prima cosa è sedermi in cucina, aprire la finestra, guardare il paesaggio e bere il caffè.
Poi vado in studio per allenarmi, così calmo l’ansia di non stare facendo abbastanza fisicamente, ma anche per sperimentare e giocare, costruire nuove capacità, prendendomi del tempo senza la pressione del “deve esserci subito”. In questi giorni ho lavorato su una parte di movimento del braccio per cinque giorni, è stato un po' pesante, ma dovevo affrontarlo.
Dopo, faccio un tuffo in piscina come piccolo rito personale, dicendomi: oggi ho fatto abbastanza. Le sera spesso ritorno in studio: a filmare, muovermi o occuparmi di questioni burocratiche e amministrative.
Avere uno studio ampio e pieno di luce, con il verde fuori dalle finestre e lo spazio per lasciare tracce, per me è stato profondamente significativo.
© da una conversazione con Jonas Frey a cura di Silvia Giordano
Jonas Frey è un coreografo, danzatore e insegnante di danza con base in Germania, con radici nell’Hip Hop e nel breaking. Crea opere che si collocano all’intersezione tra la danza da club e di strada e la coreografia contemporanea. La sua pratica incoraggia tutti i collaboratori a diventare coautori del processo creativo. Insieme a Julie Pécard, è co-direttore di Cota Project, una compagnia in cui la coreografia incontra la divulgazione, l’insegnamento e l’attivismo.
Durante la sua residenza a La Cap, insieme a Silvia Giordano e Julie Pécard, ha lavorato al suo assolo Doisri. Il titolo Doisri (“tedesco” in lingua Sranan Tongo) fa riferimento all’infanzia del padre di Jonas Frey in un campo di internamento in Suriname; una traccia biografica che si collega a domande attuali sulla verità mediata e sulla responsabilità storica.
Doisri debutterà il 7 novembre 2025 presso EinTanzHaus a Mannheim.
Doisri is a production by COTA Projects.
Funded by the State Association of Independent Dance and Theatre Professionals Baden-Württemberg e.V., from resources of the Ministry of Science, Research and the Arts of Baden-Württemberg and the Cultural Office of the City of Mannheim. In cooperation with EinTanzHaus. In residence with La Cap Re|Hub. Research residency at Tanzhaus Zürich. Made possible through the residency program of the Réseau GRAND LUXE network and with special support from the dance department of Theater Freiburg.


