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RESIDENTI

note e riflessioni

Laura Cemin

|6| Laura Cemin Maker 9.11.25 / 15.11.25

"Tutte le storie sono, in un certo senso, imprecise, perché non possono raccontare l’intero quadro. A seconda del punto di vista, la storia cambia.Cerco di includere questo aspetto nel mio lavoro, abbracciando prospettive multiple, permettendo alla complessità di esistere invece di semplificare.Ciò che emerge alla fine è una storia costruita che io incarno, lo spazio incarna, e che ogni partecipante, compreso il pubblico, interpreta a modo proprio".

Bianca Hisse

|6| Bianca Hisse Maker 9.11.25 / 15.11.25

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  • Alcuni principi che ci guidano…

Partire dal corpo.
Fidarsi del fatto che il movimento possa sostenere domande politiche e affettive complesse, senza doverle illustrare.
Ascoltare come il corpo insiste sul proprio ritmo.
Creare partiture che lascino spazio alle soggettività, alle individualità e alle vulnerabilità di chi performa.
Abbracciare il non-sapere.
 

  • La nostra ricerca richiede tempo. Richiede la possibilità di ripetere, distendere e disfare i materiali. Richiede uno spazio in cui possiamo fisicamente esaurire le idee. Richiede un passaggio continuo tra lavoro fisico intenso e momenti di riflessione: scrivere, parlare, mappare ciò che emerge in studio.
     

  • Ci potremmo definire makers interessate alla frizione: tra morbidezza e fermezza, tra gioco e tensione, tra biografie individuali e storie più ampie. Proveniamo da percorsi diversi, ma condividiamo la fascinazione per il modo in cui i corpi plasmano il linguaggio e viceversa, per come negoziano i confini, siano essi sociali, economici o coreografici.
     

  • La domanda centrale, in questo momento è: come si trasformano, si spostano e cambiano le tradizioni? Quali tracce lasciano sul corpo e quale ruolo ha la danza in tutto questo? Quali fili delle nostre origini ci portiamo dietro, attraverso i confini? Cosa viene mantenuto e cosa, invece, deve essere lasciato andare?
     

  • Descriviamo il nostro lavoro come fisico, concettuale e compositivo: in AGARRRA, il progetto su cui stiamo lavorando qui in residenza, questo si manifesta attraverso linguaggi di movimento energetici che negoziano costantemente equilibrio e disequilibrio. Agarrar in portoghese e spagnolo significa afferrare, tenere, aggrapparsi. Qualcuno che sta “agarrando” qualcosa non lo sta semplicemente toccando. Il titolo rimanda a questa fondamentale azione coreografica del pezzo: tenere un peso, tenere uno spazio, tenersi a vicenda, tenere una tradizione, tenere un confine dentro il corpo. C’è anche un’ambiguità tra afferrare con forza o con delicatezza.“Agarras”, come oggetti, può anche indicare le prese di una parete da arrampicata. Nel contesto di questo lavoro, le “agarras” non sono solo punti fisici, ma anche ritmi, gesti, riferimenti culturali e micro-storie. Foneticamente, Agarrra si comporta anche come un’onomatopea. La “rrr” prolungata si distende in un suono di attrito, respiro o sforzo, quasi come il suono di qualcuno che si tira su, stringe la presa o espira. Sta a metà tra un grunt, un ringhio e una risata. Questo rende il titolo meno una parola fissa e più un gesto vocale. Nel nostro titolo abbiamo inserito una “r” in più: Agarrra. Per chi parla portoghese o spagnolo, la tripla “r” risulta leggermente incongrua; per chi non li parla, può sembrare semplicemente un suono strano, allungato. In entrambi i casi, porta con sé un senso di dislocazione: la parola viene da qualche luogo, ma non è esattamente “a casa” in nessuna lingua.
     

  • Questo progetto è un paesaggio da abitare, più che da osservare da lontano. Al centro del lavoro c’è un’azione fondamentale: tenere. Attraverso questo gesto semplice, linguaggi di movimento personali e collettivi trovano pulsazioni condivise e fili comuni. Ogni forma, con la propria risonanza sociale e politica, riecheggia storie di migrazione, adattamento e appartenenza. Agarrra traccia la natura in continuo mutamento delle tradizioni culturali, continuamente preservate, adattate e reinventate attraverso narrazioni diasporiche.
     

  • La nostra routine quotidiana qui a La Cap è più o meno così: Laura (la mattiniera) stende il tappetino prima dell’alba, mentre Jorge si prepara una colazione glamour. Bianca macina il caffè, mentre il resto del gruppo si sveglia. Ci incontriamo in studio alle 10:00. Le prove iniziano con un breve recap del giorno precedente e un’introduzione ai temi e ai riferimenti della giornata (strutturiamo la prova in base agli aspetti che vogliamo esplorare). Ci riscaldiamo insieme, solitamente con giochi e compiti semplici, per poi immergerci nel lavoro finché la fame non ci ricorda di fare una pausa. Dopo pranzo torniamo in studio. In teoria finiamo alle 16:00, ma più spesso verso le 17:00. I nostri collaboratori di solito restano un po’ più a lungo per decomprimere ed elaborare quanto emerso durante il giorno, mentre noi (Laura e Bianca ndr) passiamo ai compiti pratici, e spesso meno affascinanti, che accompagnano la creazione di un lavoro. Le serate tendono a essere piene di risate.
     

  • Pensiamo che questo spazio sia una sorta di amplificatore. La Cap ci ha dato un contesto perfetto per iniziare questo lavoro: tempo in studio, quiete, calma e vicinanza reciproca. L’ambiente e l’atmosfera ci invitano ad espanderci e a riflettere; è un luogo intimo, in un modo che allo stesso tempo radica e genera.​​​

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© da uno scambio tra Laura Cemin , Bianca Hisse e Silvia Giordano

Bianca Hisse (Brasile/Norvegia) e Laura Cemin (Italia/Finlandia) operano entrambe all’intersezione tra arte visiva, performance e coreografia. Il loro lavoro, spesso presentato in gallerie e spazi performativi non convenzionali, si concentra sul linguaggio e su come i discorsi contemporanei influenzino la mobilità e la circolazione sociale. Hanno esplorato questi temi nelle loro pratiche individuali, sviluppando parallelamente un corpus di lavori condiviso.

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Durante la loro residenza a La Cap hanno proseguito lo sviluppo di AGARRRA, un lavoro scenico che indaga come la migrazione e i movimenti transfrontalieri abbiano influenzato l’evoluzione della danza nel tempo. Il progetto esplora la relazione tra danze popolari e pratiche contemporanee, esaminando come gli spostamenti attraverso i confini incidano sulla trasmissione di queste danze e su come certi pattern di movimento vengano preservati o trasformati nel processo.
Il debutto dello spettacolo è prevista per il 2026 al Bærum Kunsthall.

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